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Alessandro

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Alessandro

December 27

Cambio casa...

Ciao a tutti!
Volevo informarvi che ho trasferito il blog all'indirizzo http://demian23.splinder.com
Se siete interessati dateci un'occhiata. Il blog su msn rimarrà aperto ma non posterò più nulla.
Ancora un saluto a tutti
December 22

Canzone per il mio funerale

Lo so cosa state pensando. Che non sono tanto normale e che magari è anche il caso che iniziate a preoccuparvi. Vi rassicuro subito, non c’è niente di tragico o inevitabile all’orizzonte. Anche perché il primo a non volerlo sono io! Per quanto riguarda altre persone all’infuori di me non posso giurarci. Certo qualcuno ci sarà che non mi vuole proprio bene ma temo per loro che dovranno aspettare…

In realtà volevo porvi una domanda, una domanda che mi sono posto qualche volta.

Non vi è mai capitato di pensare alla morte,al giorno in cui si dovrà morire, presto o tardi che sia?

Come vi ho già detto ci ho pensato. Ci si immagina tante cose. Non sul modo o sulle circostanze che determineranno l’evento piuttosto su quello che la nostra morte provocherà su quelli che sono rimasti,i nostri conoscenti, amici, le persone che ci sono vicine, che dicono di volerci bene. Quale traccia o segno lasceremo su tutte queste persone? Il nostro vissuto ha avuto un senso oppure siamo stati solo di passaggio, senza che si sia davvero cambiato qualcosa o qualcuno?

E difficile dare una risposta a questa domanda.

Immagino che per qualcuno sarà effettivamente una perdita la nostra morte. Al di là dei nostri genitori e parenti stretti che è naturale piangano la nostra morte (o almeno dovrebbe essere così…!), penso a come si comporteranno gli amici, le persone che ci vogliono e che ci hanno voluto bene.

Oltre a chi ci piangerà sarebbe bello conoscere anche il perché, conoscere davvero il motivo per cui abbiamo lasciato un segno così tangibile nell’animo di qualcuno. E’ un qualcosa che il più delle volte non si conosce mai,possiamo solo intuirlo perché è difficile che anche i nostri amici più stretti siano così sinceri, aperti, non imbarazzati da rivelare una cosa come questa. Magari se si è abbastanza fortunati qualcosa riusciremo a sapere prima di morire, sarebbe una di quelle cose che detto in maniera molto banale, dà un senso alla vita.

In realtà il pensiero più suggestivo che mi viene in mente tutte le volte che penso alla mia morte è il giorno del mio funerale. Mi immagino il luogo, il cielo, le persone che saranno o meno presenti.

Mi piacerebbe avere la possibilità di osservare il volto di ognuno per carpire davvero il loro stato d’animo. Se sono affranti,tristi,disperati, indifferenti,annoiati, costretti moralmente ad essere presenti, impegnati in un’altra tappa poco importante della loro giornata.

Ma più di tutto mi piace immaginare in che modo potrei lasciare l’ultima testimonianza a quelli che mi conoscono, un testamento simbolico che spieghi cosa sono, cosa mi piace, il mio modo di vedere le cose.

Non saprei scegliere modo migliore della musica, di una canzone per esprimere tutto ciò. Per far sorridere i miei amici, rendermi ancora più inviso a quelli che non mi sopportano,far scoprire qualcosa di me che è sconosciuto.

In questo momento la mia scelta cadrebbe su una canzone che chi conosce i miei generi musicali preferiti non avrebbe certo immaginato. E’ una canzone scoperta per caso, per errore diciamo. Ma è stato una folgorazione. La canzone è Le Jour d’Avant di Yann Tiersen. Già il nome vi suona piuttosto esotico vero? Beh, lo è stato anche per me all’inizio.

E’ un brano composto da fisarmoniche, fiati e percussioni. Detto così vuol dire poco ma credetemi che ascoltandola rimarrete sorpresi.

Sembra una di quelle canzoni da fiera di paese , dal ritmo un po’ gitano, zingaresco. Parte lentamente con due fisarmoniche che si alternano su due diverse melodie, in maniera delicata e malinconica. Si inserisce poi uno strumento a fiato che sottolinea il ritmo sincopato delle fisarmoniche e gli archi che donano una ulteriore malinconicità al tutto.

Poi arrivano le trombe a dare un cambio di ritmo e lanciano la parte più bella e coinvolgente del brano. Inizia una specie di marcetta allegra e sincopata  in cui gli strumenti si amalgamano in un unico fluido suono, come un fiume in piena, grande e solenne.

Di volta in volta i vari strumenti si alternano nell’esecuzione del passaggio chiave, ogni volta con un effetto diverso ma con lo stesso entusiasmo.

All’improvviso una fase di stasi, il fiume si calma. Le fisarmoniche alternano poche e semplici note alte e basse, con un ritmo lento. Ma presto si aggiungono i fiati che copiano lo stesso spartito e pian piano il ritmo cresce, accelera, alla danza si aggiungono altri fiati e la tonalità cresce.

In un crescendo sempre più impetuoso si raggiunge l’apice in cui gli strumenti in gioco si rimbalzano tra loro le note creando un’alternanza di suoni incredibilmente radiosa.

Dopo rimane solo la fisarmonica a tenere il ritmo sfumandolo sempre più delicatamente accompagnato poi da un piccolo flauto che sembrano quasi congedarsi dall’ascoltatore, comunicando che il brano sta per finire. Brano che finisce con una unica nota di archi che diventa sempre più acuta, assordante ed inaspettata.

E’ una delle cose migliori che abbia mai ascoltato, possiede un’anima, è difficile da descrivere.

Riflette in qualche modo quello che sono e che vorrei essere. Vorrei che mi ricordassero come una persona piena di passione per le cose e le persone a cui teneva. Divertente e gioiosa con chi riusciva a toccare il suo cuore. Ironico, alla ricerca di un’emozione profonda.

Una persona allegra e viva come questo brano, anche se questa spesso non era la veste che esibiva in pubblico.

Vi invito ad ascoltare questo brano,magari può significare qualcosa di importante anche per voi…

Bene,e prima che mi giudichiate del tutto pazzo dopo aver letto queste righe vi saluto e vi auguro buon natale e buone feste. Con un augurio…

Sperando che riusciate a raggiungere quello di cui avete davvero bisogno e non quello che credete di volere e che in realtà non vi rende felici. A presto…

Alessandro

December 21

Riflessioni in aereo

Il viaggio non è ancora finito…

Dopo il treno,l’autobus,l’auto mobile è il turno di prendere l’ultimo mezzo di trasporto che mi porterà a destinazione. E ora di prendere l’aereo.

Non che l’abbia preso poche volte ma è un po’  come prenderlo la prima volta ad ogni occasione.

Già l’arrivo in aeroporto ti fa entrare in un ambiente diverso da quelli soliti del viaggio. L’aeroporto è un mondo un po’ asettico, pulito,accecante e stordente nelle sue luci e grandezze. Tutto sembra ordinato in una sua logica, con i suoi tempi e i suoi spazi. Ci pensano poi le frotte di passeggeri e personale a farlo diventare in qualche modo caotico, fastidiosamente caotico.

File di persone che si formano e file che si esauriscono per poi riformarsi in altri luoghi quasi come una logica conseguenza, un evento inevitabile.

Eccomi anche io in fila al check-in, documenti e biglietto in mano preparandomi ad affidare il bagaglio all’assistente, preoccupandomi del peso eccessivo della valigia, sperando che non perdano il bagaglio, impaziente di sbrigare questa formalità per avere un pò di tempo libero, per riposarmi fino all’ora di imbarco.

Finito il check-in comincio a vagare tra i grandi corridoi decorati da ogni possibile negozio e negozietto, bar e ristornate che offrono sempre la stessa merce,come se fosse clonata e standardizzata per ogni aeroporto. Vedo gente che entra ed esce, che valuta cosa e se comprare l’ultimo regalo,l’ultima voglia personale, ingigantendo sempre più il bagaglio a mano che diventa sempre meno gestibile. Cerco di tenermi fuori da questa folla, poco interessato a cosa c’è in vetrina e ai prezzi e incuriosito solo dai colori delle vetrine, o almeno di quelle vetrine che non emanano una luce talmente artificiale da risultare stucchevole e noiosa per gli occhi.

E’ il momento di mangiare qualcosa prima di partire e anche in questo momento non si può fare altro che osservare ciò che ti accade intorno che però risulta essere sempre uguale, standardizzato, regolarizzato. Sembra il luogo adatto a smorzare ogni preoccupazione e per mantenere l’attenzione e la tensione sempre al di sotto di un certo livello, un agire per stadi in cui ogni volta che se ne porta a termine uno si ha un momento di calma e tranquillità. Il luogo adatto per lo stillicidio del tempo, di ogni singolo secondo che risulta sempre uguale a quello precedente.

Anche se si nota che l’attenzione e la tensione di chi ci lavora è sempre al di sopra del nostro standard, come per ricordarci e confermare che questo è un luogo che ormai ha assorbito le paure e le fobie della società civile. Si vive al di sotto della soglia di tensione abituale ma basta poco, un trillo del metal detector o un movimento brusco a far nascere timori e preoccupazioni, a contrarre il viso e a produrre smorfie di paura.

Passata la selva di metal detector e guardie, mi viene data la conferma di come,se uno davvero volesse,sarebbe facile far passare un oggetto non convenzionale e potenzialmente pericoloso. Anche qui sicurezza a bassa tensione…

Altra attesa per l’ora dell’imbarco. L’aeroporto è il luogo delle attese e del tempo sprecato, della vita vista come sotto una campana di vetro, in attesa di buttarsi nel vortice. Ci si imbarca, prendo posto,cerco di abituarmi ai rumori e ai brusii meccanici dell’aereo. Non che abbia paura ma per me è sempre inusuale trovarmi in una situazione di questo tipo, mi genera sempre un po’ di tensione. La tensione che genera un affare che pesa svariate tonnellate e viaggia a 10000 metri di quota a 850km all’ora con a bordo più di 100 persone.

Si decolla, il momento in cui la tua fede nella tecnologia raggiunge il punto più basso e che si alza man mano che l’aereo prende quota. Adesso inizi a rilassarti un po’ e a pensare come occupare le 4 ore che ti separano dall’arrivo.

Non so come occupare il tempo e allora mi metto a scrivere e ascoltare un po’ di musica. Monotono direte voi? Pazienza, ognuno ha le sue piccole manie e i suoi piccoli momenti di fuga…

Si arriva a quota e velocità di crociera ed è come essere sospesi su un cuscinetto che attutisce ogni sensazione e movimento. Il paesaggio ti scorre fluido davanti agli occhi ma a differenza del treno sono decine di km al secondo.

Penso che l’aereo è il mezzo di trasporto più asettico che esista. Ovattante in riferimento alle emozioni,alle azioni che si possono compiere, alla partecipazione avvertita dal viaggiatore. Certo questo sempre che uno non abbia paura… Se non la si avverte allora è davvero noioso. Non si ha la possibilità di fare nulla, il paesaggio è sempre lo stesso, neutro,che satura in fretta gli occhi e l’immaginazione. Anche i rumori sono sempre costanti, uguali, alla medesima intensità.

Presto ti prende una sensazione di totale ovattamento e la tentazione più grande è quella di chiudere gli occhi e dormire. Un modo di viaggiare poco coinvolgente e stimolante.

Ma non è tutto così piatto e scontato. La cosa più bella che si può apprezzare è che ti consente di vedere la bellezza accecante di quello che c’è al di sopra delle nostre teste, delle nuvole, del grigio, della monotona azione di guardare con il naso all’insù.

Ti offre una piccola fuga, la visione di un mondo che sembra non avere limiti, compromessi, convenzioni in cui gli occhi e la vista possono prendersi una rivincita sui limiti che ogni giorno gli imponiamo, di abbracciare idealmente territori fisici, mentali che normalmente non si riesce ad apprezzare in questo modo.

E un senso di pace quello che ti avvolge,di stupore, come quando si è bimbi e ci si inebria di una piccola scoperta. Una cosa che ogni tanto si dovrebbe fare per riconciliarsi con un lato del mondo che ci è precluso e per capire quanto si è piccoli di fronte anche alle più piccole emozioni.

Una benefica e piacevole perdita di se stessi in un qualcosa di più grande, incontrollabile. Un momento per abbandonarsi ai pensieri più inutili e innocui.

Ormai siamo in fase di discesa versa la destinazione. Si ritorna ai gesti programmati: cinture,schienale, bagaglio a mano da riporre. Più la terra si avvicina più si affollano in testa le cose e le azioni da fare una volta atterrati.

Si ritorna alla vita a terra.

Il viaggio è finito,la pausa da te stesso finisce e ti senti un po’ più pesante di prima.

Il portellone si apre e ti investe la ventata d’aria del tuo nuovo luogo d’azione. Ti investe e la respiri sperando che non sia solo aria ma che porti qualcosa in più, una promessa, una speranza, una possibilità di gioia, o anche solo un’assicurazione di serenità. Ma ormai è finito il tempo per pensare e bisogna agire,portandoti dietro un pizzico di quella pace appena vissuta e un pizzico di inquietudine per quello che verrà, mentre ti allontani dall’aereo e speri dalla persona che eri quando ci sei salito sopra.

Alessandro

December 20

Diario di un viaggio mattutino

Eccomi finalmente salito sul treno. Al solito c’è voluto una buona dose di caoticità e fretta ma ce l’ho fatta. E’ stato piuttosto fastidioso, non mi piacciono le attese inutili, le corse, la confusione e lo sgomitare. Troppo suscettibile direte voi… Beh è vero, ci sono tante cose che mi danno fastidio oltre un ragionevole limite. Non sopporto gli imprevisti, mi mandano un po’ in confusione.

Come per esempio quello che è capitato prima di tutta questa corsa. Questa mattina il mio ipod non ne voleva sapere di caricare le ultime canzoni che avevo scaricato e mi ha fatto perdere un sacco di tempo, al punto da farmi rischiare quasi di perdere il treno. Che poi è arrivato in ritardo vanificando la mia fretta ormai già consumata.

Voi direte, è così importante questo ipod? Beh in generale si e in questo momento in particolare, visto che la musica è una delle poche cose belle che riescono a farmi stare un po’ meglio e a non farmi pensare più del dovuto. Ma questa è un’altro capitolo, ritorniamo alla convulsa mattinata.

A causa di questo imprevisto quindi niente colazione, giusto il tempo di lavarsi, mettersi qualcosa addosso e via verso la macchina. Con annessi i soliti dubbi e preoccupazioni sulle cose potenzialmente dimenticate e tutto quello che ne consegue. Altra cosa molto fastidiosa…

Alla fine quello che è fatto è fatto e una volta partiti è inutile stare a pensarci sopra, tanto ormai non puoi più tornare indietro a recuperare niente. Questa eccessiva preoccupazione, forse figlia di un’educazione a volte fin troppo apprensiva per cose anche banali, è poco sopportabile stamattina.

Perché tutto in certi periodi è così poco sopportabile…?

Nel tragitto da casa alla stazione mi sono concentrato su quello che avevo intorno. Un impegno mentale a bassa intensità se mi passate la definizione: le cose che vedi ti scivolano sugli occhi così come i pensieri ad essi collegati, si lascia tutto indietro abbastanza velocemente, fluida, naturale, indolore,senza tracce di stanchezza mentale.

E’ un esercizio che amo molto, mi permette di capire quello che ho intorno e da quello passare a qualcosa di più profondo che mi appartiene e che ho dentro.

La nebbia di questa mattina ancora giovane ha avvolto tutto è c’è una temperatura gradevole,inusuale per il periodo. Sembra anch’essa ancora impastata di sonno e tepore del letto come la maggior parte di quelli che sono già svegli.

Vedo le facce di quelli in coda in macchina che vanno a lavorare… Hanno quasi tutti la stessa espressione. L’espressioni di chi non necessariamente vorrebbe fare altro ma vorrebbe farlo in modo diverso. Le stesse facce da caffè e barba appena rasata, da trucco e occhi piccoli da poco sonno.

Sono disabituato a questo. Era da un po’ che non vivevo questa ora del mattino. Mi viene subito una domanda: tra quanto tempo anch’io avrò una faccia così? Così incerta e abituata alla monotonia, volti spenti dall’immobilità emozionale della ritualità, della monotonia. La monotonia come forma di abitudine, che diventa l’abitudine ad un’abitudine. Forse è una forzatura ma mi sembra la definizione più adatta per descrivere questa cosa.

Ho un moto di solidarietà nei loro confronti ma forse solo perché sono in una posizione di giudizio privilegiato,dettata dal fatto che la mia vita non è ancora dettata da questa ritualità sempre uguale, da questa insistente monotonia. Penso che prima o poi arriverà anche per me e mi chiedo come sarà…

Ma passiamo oltre. Sono in stazione, con l’immancabile coda alla biglietteria. Ennesima dimostrazione della sciatteria e maleducazione della società civile di un paese. Un paese che ha scarso rispetto per la vita e il tempo dei suoi cittadini. Sono ancora troppo severo o insofferente?

Può darsi, ma non mi dispiacerebbe un giorno vedere la biglietteria di una stazione ordinata e senza rumore. Magari è solo colpa dei miei sensi sempre troppo vigili, anche troppo a volte, che portano presto all’insofferenza. Che poi non è altra che un’altra forma di maleducazione.

Faccio il biglietto, vado a comprare il giornale. L’edicolante ha una faccia troppa rossa e abbronzata visto il periodo e il clima, mi dà la sensazione che sia assolutamente fuori luogo e mi scappa un mezzo sorriso. Strano incontro.

Comunque, nell’attesa del treno altre facce, gesti espressioni. Campionario di varia umanità.

Compartecipazione per i loro pensieri, impegni, percorsi, preoccupazioni. Ma anche fastidio, volontà di creare una barriera,come una separazione fisica ed emotiva. Viene fuori la mia scarsa a muovermi nel flusso delle altre persone, la mia dissimulata misantropia, la presenza degli altri come limitazione della mia fragile personalità e capacità di agire. Anche un po’ paura delle potenziali azioni degli altri su di me, come se stesse sempre per succedere qualcosa. Forse anche questo retaggio di un carattere poco aggressivo, di un’educazione a volte troppo incentrata sul sospetto, sulla prudenza e paura degli altri. Brutto difetto questo, comportamento ansiogeno e poco sereno, dispendioso fisicamente e mentalmente.

In attesa del treno, sempre stesse facce da abitudine alla monotonia, in attesa di quello che si sa già deve accadere. Specchio di un paese che lavora, che contribuisce alla società civile, alla vita dello stato. Mi chiedo come possa essere vivo un paese che ha una società civile in questo stato. Spezzata negli entusiasmi. Ma forse esagero,dipende tutto dalla mia eccessiva criticità mattutina.

Finalmente in treno. Mi rendo ridicolo davanti ad una ragazza non riuscendo ad aprire la porta di uno scompartimento e facendolo alla fine solo in maniera goffa. Mi assale un piccolo fiotto di rabbia… Ma perché devo essere sempre così? Avere un atteggiamento frenetico, innaturale anche per le azioni più banali, sensazioni di disagio se qualcuno entra nella mia sfera di azione.

Lo scompartimento è vuoto, piccolo sollievo. Così mi metto a scrivere e ad ascoltare un po’ di musica. Alle 8:10 ecco il primo momento di serenità della giornata.

Penso che ho già fatto troppa fatica ad arrivare fin qui e non è che abbia fatto granchè. Sarà che in questo periodo faccio con tanta fatica emotiva,non so. Ma così è, non sono abituato alla frenesia, alla confusione,all’imprevisto. Brutto difetto al giorno d’oggi.

Guardo attraverso il vetro. Vedo scorrere la pianura in tutte le sue tonalità di gridio, verde e marrone di una mattina nebbiosa di inizio dicembre. Il grigio più brutto da vedere è quello dei pilastri in cemento di strade, ponti,case, capannoni. Penso ad una terra di fatica, bestemmie, malinconia ma anche di orgogliosamente dignitosa, viva e ricca di umanità,lucente anche nelle attuali vesti di questa mattina. Come quelle vecchiette che si vedono camminare dal passo incerto,lento ma risoluto, con le rughe e pieghe su viso e mani a spiegare le fatiche di una vita ma anche i sorrisi di chi si accontenta di poco e per questo quindi ancora più aperti e veri. Questo mi piace ma mi sembra che stia scomparendo, lasciando il posto alle facce che ho visto prima. Speriamo bene…

Reggio Emilia, Parma , Piacenza. Il miracolo dell’Emilia mi scorre davanti, in modo fluido e costante. Mi viene voglia di una carezza che da tanto tempo mi manca, mi vengono alla mente altri viaggi,volti, sensazioni. Un volto e un’emozione su tutte. E anche le lacrime portate in superficie da una psiche improvvisamente debole e stanca.

Voglia di dormire, chiudere gli occhi, raggiungere un luogo del passato, una persona e sensazioni del passato. Mi viene anche con troppa facilità ma non voglio,sarebbe un inutile sofferenza.

Si ritorna in treno, ormai siamo a Lodi e Milano è vicina. Mi lascio portare dal dondolio e dal brusio del treno, poso la penna e i fogli, resta solo il pianoforte di Allevi , che con il suo 13 Dita e Composizioni è stato la colonna sonora di questo viaggio.

Siamo arrivati, è ora di scendere…

Spero di non avervi annoiato troppo e perdonatemi se è stato così. A presto…

Alessandro

December 03

In partenza...

Bene, ormai ci siamo…

Ancora una mezza giornata e poi saremo in ballo.

Aspettavo da un po’ questo momento, il momento di andare via, di lasciarmi alle spalle vecchi e consunti paesaggi, stati d’animo, sguardi, attese, incomprensioni per raggiungere qualcosa che possa essere almeno diverso da quello che ho vissuto qui, fossilizzato per quasi 6 mesi.

Non so,forse mi aspetto troppo da questi 14 giorni alle canarie ma sperare non è mai un peccato né una perdita di tempo.

Si va via ad allenarsi al caldo e al sole per due settimane. Il mio corpo me lo sta chiedendo da tanto tempo, povero, e dopo tutte le offese che ha ricevuto in quest’ultimo periodo penso proprio che se lo meriti.

Se poi aggiungiamo che anche la mia mente e anima hanno bisogno di cambiare aria allora il cerchio si chiude e non si deve fare altro che partire.

Si va via con persone che condividono la passione per lo sport, per il divertimento, le risate, l’allegria e non può che farmi bene.

Ho solo la sensazione che tutto sia una scusa per fuggire ,per scappare da qualcosa che ancora mi angoscia. Il realtà più che una sensazione è proprio una emozione tangibile e ben presente nella mia testa. Come se questo viaggio possa essere la metafora di un cambio di prospettive e percorsi mentali ed emozionali.

Non vorrei che fosse così. Vedo questa necessità di cambiare come un elemento che possa inquinare la percezione e le aspettative di questo viaggio, che non mi serva appieno per quello che è, e soprattutto che in realtà non farò altro che cambiare ambientazione alle mie preoccupazioni.

Ma forse è solo il retaggio delle sensazioni che accompagnano i luoghi dove vivo e non ultimo la stanza dove mi metto a scrivere. Insomma adesso è il momento di essere un po’ ottimisti!

Mi piace pensare di partire per non tornare più, per raggiungere qualcosa di fondamentale che ancora mi sfugge. Ma alla fine 14 giorni passano in fretta e saremo presto di ritorno.

L’unico augurio è quello di tornare più sereni, sani fisicamente e mentalmente, con una luce diversa negli occhi e una rinnovata voglia di fare, soffrire, vivere. Di tornare con un bel sorriso…

Non mi resta che salutare i miei amici e chi leggerà queste righe. Cercherò di portarvi qualche bella immagine e qualche bella storia. A presto!

Alessandro

 
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