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    December 27

    Cambio casa...

    Ciao a tutti!
    Volevo informarvi che ho trasferito il blog all'indirizzo http://demian23.splinder.com
    Se siete interessati dateci un'occhiata. Il blog su msn rimarrà aperto ma non posterò più nulla.
    Ancora un saluto a tutti
    December 22

    Canzone per il mio funerale

    Lo so cosa state pensando. Che non sono tanto normale e che magari è anche il caso che iniziate a preoccuparvi. Vi rassicuro subito, non c’è niente di tragico o inevitabile all’orizzonte. Anche perché il primo a non volerlo sono io! Per quanto riguarda altre persone all’infuori di me non posso giurarci. Certo qualcuno ci sarà che non mi vuole proprio bene ma temo per loro che dovranno aspettare…

    In realtà volevo porvi una domanda, una domanda che mi sono posto qualche volta.

    Non vi è mai capitato di pensare alla morte,al giorno in cui si dovrà morire, presto o tardi che sia?

    Come vi ho già detto ci ho pensato. Ci si immagina tante cose. Non sul modo o sulle circostanze che determineranno l’evento piuttosto su quello che la nostra morte provocherà su quelli che sono rimasti,i nostri conoscenti, amici, le persone che ci sono vicine, che dicono di volerci bene. Quale traccia o segno lasceremo su tutte queste persone? Il nostro vissuto ha avuto un senso oppure siamo stati solo di passaggio, senza che si sia davvero cambiato qualcosa o qualcuno?

    E difficile dare una risposta a questa domanda.

    Immagino che per qualcuno sarà effettivamente una perdita la nostra morte. Al di là dei nostri genitori e parenti stretti che è naturale piangano la nostra morte (o almeno dovrebbe essere così…!), penso a come si comporteranno gli amici, le persone che ci vogliono e che ci hanno voluto bene.

    Oltre a chi ci piangerà sarebbe bello conoscere anche il perché, conoscere davvero il motivo per cui abbiamo lasciato un segno così tangibile nell’animo di qualcuno. E’ un qualcosa che il più delle volte non si conosce mai,possiamo solo intuirlo perché è difficile che anche i nostri amici più stretti siano così sinceri, aperti, non imbarazzati da rivelare una cosa come questa. Magari se si è abbastanza fortunati qualcosa riusciremo a sapere prima di morire, sarebbe una di quelle cose che detto in maniera molto banale, dà un senso alla vita.

    In realtà il pensiero più suggestivo che mi viene in mente tutte le volte che penso alla mia morte è il giorno del mio funerale. Mi immagino il luogo, il cielo, le persone che saranno o meno presenti.

    Mi piacerebbe avere la possibilità di osservare il volto di ognuno per carpire davvero il loro stato d’animo. Se sono affranti,tristi,disperati, indifferenti,annoiati, costretti moralmente ad essere presenti, impegnati in un’altra tappa poco importante della loro giornata.

    Ma più di tutto mi piace immaginare in che modo potrei lasciare l’ultima testimonianza a quelli che mi conoscono, un testamento simbolico che spieghi cosa sono, cosa mi piace, il mio modo di vedere le cose.

    Non saprei scegliere modo migliore della musica, di una canzone per esprimere tutto ciò. Per far sorridere i miei amici, rendermi ancora più inviso a quelli che non mi sopportano,far scoprire qualcosa di me che è sconosciuto.

    In questo momento la mia scelta cadrebbe su una canzone che chi conosce i miei generi musicali preferiti non avrebbe certo immaginato. E’ una canzone scoperta per caso, per errore diciamo. Ma è stato una folgorazione. La canzone è Le Jour d’Avant di Yann Tiersen. Già il nome vi suona piuttosto esotico vero? Beh, lo è stato anche per me all’inizio.

    E’ un brano composto da fisarmoniche, fiati e percussioni. Detto così vuol dire poco ma credetemi che ascoltandola rimarrete sorpresi.

    Sembra una di quelle canzoni da fiera di paese , dal ritmo un po’ gitano, zingaresco. Parte lentamente con due fisarmoniche che si alternano su due diverse melodie, in maniera delicata e malinconica. Si inserisce poi uno strumento a fiato che sottolinea il ritmo sincopato delle fisarmoniche e gli archi che donano una ulteriore malinconicità al tutto.

    Poi arrivano le trombe a dare un cambio di ritmo e lanciano la parte più bella e coinvolgente del brano. Inizia una specie di marcetta allegra e sincopata  in cui gli strumenti si amalgamano in un unico fluido suono, come un fiume in piena, grande e solenne.

    Di volta in volta i vari strumenti si alternano nell’esecuzione del passaggio chiave, ogni volta con un effetto diverso ma con lo stesso entusiasmo.

    All’improvviso una fase di stasi, il fiume si calma. Le fisarmoniche alternano poche e semplici note alte e basse, con un ritmo lento. Ma presto si aggiungono i fiati che copiano lo stesso spartito e pian piano il ritmo cresce, accelera, alla danza si aggiungono altri fiati e la tonalità cresce.

    In un crescendo sempre più impetuoso si raggiunge l’apice in cui gli strumenti in gioco si rimbalzano tra loro le note creando un’alternanza di suoni incredibilmente radiosa.

    Dopo rimane solo la fisarmonica a tenere il ritmo sfumandolo sempre più delicatamente accompagnato poi da un piccolo flauto che sembrano quasi congedarsi dall’ascoltatore, comunicando che il brano sta per finire. Brano che finisce con una unica nota di archi che diventa sempre più acuta, assordante ed inaspettata.

    E’ una delle cose migliori che abbia mai ascoltato, possiede un’anima, è difficile da descrivere.

    Riflette in qualche modo quello che sono e che vorrei essere. Vorrei che mi ricordassero come una persona piena di passione per le cose e le persone a cui teneva. Divertente e gioiosa con chi riusciva a toccare il suo cuore. Ironico, alla ricerca di un’emozione profonda.

    Una persona allegra e viva come questo brano, anche se questa spesso non era la veste che esibiva in pubblico.

    Vi invito ad ascoltare questo brano,magari può significare qualcosa di importante anche per voi…

    Bene,e prima che mi giudichiate del tutto pazzo dopo aver letto queste righe vi saluto e vi auguro buon natale e buone feste. Con un augurio…

    Sperando che riusciate a raggiungere quello di cui avete davvero bisogno e non quello che credete di volere e che in realtà non vi rende felici. A presto…

    Alessandro

    December 21

    Riflessioni in aereo

    Il viaggio non è ancora finito…

    Dopo il treno,l’autobus,l’auto mobile è il turno di prendere l’ultimo mezzo di trasporto che mi porterà a destinazione. E ora di prendere l’aereo.

    Non che l’abbia preso poche volte ma è un po’  come prenderlo la prima volta ad ogni occasione.

    Già l’arrivo in aeroporto ti fa entrare in un ambiente diverso da quelli soliti del viaggio. L’aeroporto è un mondo un po’ asettico, pulito,accecante e stordente nelle sue luci e grandezze. Tutto sembra ordinato in una sua logica, con i suoi tempi e i suoi spazi. Ci pensano poi le frotte di passeggeri e personale a farlo diventare in qualche modo caotico, fastidiosamente caotico.

    File di persone che si formano e file che si esauriscono per poi riformarsi in altri luoghi quasi come una logica conseguenza, un evento inevitabile.

    Eccomi anche io in fila al check-in, documenti e biglietto in mano preparandomi ad affidare il bagaglio all’assistente, preoccupandomi del peso eccessivo della valigia, sperando che non perdano il bagaglio, impaziente di sbrigare questa formalità per avere un pò di tempo libero, per riposarmi fino all’ora di imbarco.

    Finito il check-in comincio a vagare tra i grandi corridoi decorati da ogni possibile negozio e negozietto, bar e ristornate che offrono sempre la stessa merce,come se fosse clonata e standardizzata per ogni aeroporto. Vedo gente che entra ed esce, che valuta cosa e se comprare l’ultimo regalo,l’ultima voglia personale, ingigantendo sempre più il bagaglio a mano che diventa sempre meno gestibile. Cerco di tenermi fuori da questa folla, poco interessato a cosa c’è in vetrina e ai prezzi e incuriosito solo dai colori delle vetrine, o almeno di quelle vetrine che non emanano una luce talmente artificiale da risultare stucchevole e noiosa per gli occhi.

    E’ il momento di mangiare qualcosa prima di partire e anche in questo momento non si può fare altro che osservare ciò che ti accade intorno che però risulta essere sempre uguale, standardizzato, regolarizzato. Sembra il luogo adatto a smorzare ogni preoccupazione e per mantenere l’attenzione e la tensione sempre al di sotto di un certo livello, un agire per stadi in cui ogni volta che se ne porta a termine uno si ha un momento di calma e tranquillità. Il luogo adatto per lo stillicidio del tempo, di ogni singolo secondo che risulta sempre uguale a quello precedente.

    Anche se si nota che l’attenzione e la tensione di chi ci lavora è sempre al di sopra del nostro standard, come per ricordarci e confermare che questo è un luogo che ormai ha assorbito le paure e le fobie della società civile. Si vive al di sotto della soglia di tensione abituale ma basta poco, un trillo del metal detector o un movimento brusco a far nascere timori e preoccupazioni, a contrarre il viso e a produrre smorfie di paura.

    Passata la selva di metal detector e guardie, mi viene data la conferma di come,se uno davvero volesse,sarebbe facile far passare un oggetto non convenzionale e potenzialmente pericoloso. Anche qui sicurezza a bassa tensione…

    Altra attesa per l’ora dell’imbarco. L’aeroporto è il luogo delle attese e del tempo sprecato, della vita vista come sotto una campana di vetro, in attesa di buttarsi nel vortice. Ci si imbarca, prendo posto,cerco di abituarmi ai rumori e ai brusii meccanici dell’aereo. Non che abbia paura ma per me è sempre inusuale trovarmi in una situazione di questo tipo, mi genera sempre un po’ di tensione. La tensione che genera un affare che pesa svariate tonnellate e viaggia a 10000 metri di quota a 850km all’ora con a bordo più di 100 persone.

    Si decolla, il momento in cui la tua fede nella tecnologia raggiunge il punto più basso e che si alza man mano che l’aereo prende quota. Adesso inizi a rilassarti un po’ e a pensare come occupare le 4 ore che ti separano dall’arrivo.

    Non so come occupare il tempo e allora mi metto a scrivere e ascoltare un po’ di musica. Monotono direte voi? Pazienza, ognuno ha le sue piccole manie e i suoi piccoli momenti di fuga…

    Si arriva a quota e velocità di crociera ed è come essere sospesi su un cuscinetto che attutisce ogni sensazione e movimento. Il paesaggio ti scorre fluido davanti agli occhi ma a differenza del treno sono decine di km al secondo.

    Penso che l’aereo è il mezzo di trasporto più asettico che esista. Ovattante in riferimento alle emozioni,alle azioni che si possono compiere, alla partecipazione avvertita dal viaggiatore. Certo questo sempre che uno non abbia paura… Se non la si avverte allora è davvero noioso. Non si ha la possibilità di fare nulla, il paesaggio è sempre lo stesso, neutro,che satura in fretta gli occhi e l’immaginazione. Anche i rumori sono sempre costanti, uguali, alla medesima intensità.

    Presto ti prende una sensazione di totale ovattamento e la tentazione più grande è quella di chiudere gli occhi e dormire. Un modo di viaggiare poco coinvolgente e stimolante.

    Ma non è tutto così piatto e scontato. La cosa più bella che si può apprezzare è che ti consente di vedere la bellezza accecante di quello che c’è al di sopra delle nostre teste, delle nuvole, del grigio, della monotona azione di guardare con il naso all’insù.

    Ti offre una piccola fuga, la visione di un mondo che sembra non avere limiti, compromessi, convenzioni in cui gli occhi e la vista possono prendersi una rivincita sui limiti che ogni giorno gli imponiamo, di abbracciare idealmente territori fisici, mentali che normalmente non si riesce ad apprezzare in questo modo.

    E un senso di pace quello che ti avvolge,di stupore, come quando si è bimbi e ci si inebria di una piccola scoperta. Una cosa che ogni tanto si dovrebbe fare per riconciliarsi con un lato del mondo che ci è precluso e per capire quanto si è piccoli di fronte anche alle più piccole emozioni.

    Una benefica e piacevole perdita di se stessi in un qualcosa di più grande, incontrollabile. Un momento per abbandonarsi ai pensieri più inutili e innocui.

    Ormai siamo in fase di discesa versa la destinazione. Si ritorna ai gesti programmati: cinture,schienale, bagaglio a mano da riporre. Più la terra si avvicina più si affollano in testa le cose e le azioni da fare una volta atterrati.

    Si ritorna alla vita a terra.

    Il viaggio è finito,la pausa da te stesso finisce e ti senti un po’ più pesante di prima.

    Il portellone si apre e ti investe la ventata d’aria del tuo nuovo luogo d’azione. Ti investe e la respiri sperando che non sia solo aria ma che porti qualcosa in più, una promessa, una speranza, una possibilità di gioia, o anche solo un’assicurazione di serenità. Ma ormai è finito il tempo per pensare e bisogna agire,portandoti dietro un pizzico di quella pace appena vissuta e un pizzico di inquietudine per quello che verrà, mentre ti allontani dall’aereo e speri dalla persona che eri quando ci sei salito sopra.

    Alessandro

    December 20

    Diario di un viaggio mattutino

    Eccomi finalmente salito sul treno. Al solito c’è voluto una buona dose di caoticità e fretta ma ce l’ho fatta. E’ stato piuttosto fastidioso, non mi piacciono le attese inutili, le corse, la confusione e lo sgomitare. Troppo suscettibile direte voi… Beh è vero, ci sono tante cose che mi danno fastidio oltre un ragionevole limite. Non sopporto gli imprevisti, mi mandano un po’ in confusione.

    Come per esempio quello che è capitato prima di tutta questa corsa. Questa mattina il mio ipod non ne voleva sapere di caricare le ultime canzoni che avevo scaricato e mi ha fatto perdere un sacco di tempo, al punto da farmi rischiare quasi di perdere il treno. Che poi è arrivato in ritardo vanificando la mia fretta ormai già consumata.

    Voi direte, è così importante questo ipod? Beh in generale si e in questo momento in particolare, visto che la musica è una delle poche cose belle che riescono a farmi stare un po’ meglio e a non farmi pensare più del dovuto. Ma questa è un’altro capitolo, ritorniamo alla convulsa mattinata.

    A causa di questo imprevisto quindi niente colazione, giusto il tempo di lavarsi, mettersi qualcosa addosso e via verso la macchina. Con annessi i soliti dubbi e preoccupazioni sulle cose potenzialmente dimenticate e tutto quello che ne consegue. Altra cosa molto fastidiosa…

    Alla fine quello che è fatto è fatto e una volta partiti è inutile stare a pensarci sopra, tanto ormai non puoi più tornare indietro a recuperare niente. Questa eccessiva preoccupazione, forse figlia di un’educazione a volte fin troppo apprensiva per cose anche banali, è poco sopportabile stamattina.

    Perché tutto in certi periodi è così poco sopportabile…?

    Nel tragitto da casa alla stazione mi sono concentrato su quello che avevo intorno. Un impegno mentale a bassa intensità se mi passate la definizione: le cose che vedi ti scivolano sugli occhi così come i pensieri ad essi collegati, si lascia tutto indietro abbastanza velocemente, fluida, naturale, indolore,senza tracce di stanchezza mentale.

    E’ un esercizio che amo molto, mi permette di capire quello che ho intorno e da quello passare a qualcosa di più profondo che mi appartiene e che ho dentro.

    La nebbia di questa mattina ancora giovane ha avvolto tutto è c’è una temperatura gradevole,inusuale per il periodo. Sembra anch’essa ancora impastata di sonno e tepore del letto come la maggior parte di quelli che sono già svegli.

    Vedo le facce di quelli in coda in macchina che vanno a lavorare… Hanno quasi tutti la stessa espressione. L’espressioni di chi non necessariamente vorrebbe fare altro ma vorrebbe farlo in modo diverso. Le stesse facce da caffè e barba appena rasata, da trucco e occhi piccoli da poco sonno.

    Sono disabituato a questo. Era da un po’ che non vivevo questa ora del mattino. Mi viene subito una domanda: tra quanto tempo anch’io avrò una faccia così? Così incerta e abituata alla monotonia, volti spenti dall’immobilità emozionale della ritualità, della monotonia. La monotonia come forma di abitudine, che diventa l’abitudine ad un’abitudine. Forse è una forzatura ma mi sembra la definizione più adatta per descrivere questa cosa.

    Ho un moto di solidarietà nei loro confronti ma forse solo perché sono in una posizione di giudizio privilegiato,dettata dal fatto che la mia vita non è ancora dettata da questa ritualità sempre uguale, da questa insistente monotonia. Penso che prima o poi arriverà anche per me e mi chiedo come sarà…

    Ma passiamo oltre. Sono in stazione, con l’immancabile coda alla biglietteria. Ennesima dimostrazione della sciatteria e maleducazione della società civile di un paese. Un paese che ha scarso rispetto per la vita e il tempo dei suoi cittadini. Sono ancora troppo severo o insofferente?

    Può darsi, ma non mi dispiacerebbe un giorno vedere la biglietteria di una stazione ordinata e senza rumore. Magari è solo colpa dei miei sensi sempre troppo vigili, anche troppo a volte, che portano presto all’insofferenza. Che poi non è altra che un’altra forma di maleducazione.

    Faccio il biglietto, vado a comprare il giornale. L’edicolante ha una faccia troppa rossa e abbronzata visto il periodo e il clima, mi dà la sensazione che sia assolutamente fuori luogo e mi scappa un mezzo sorriso. Strano incontro.

    Comunque, nell’attesa del treno altre facce, gesti espressioni. Campionario di varia umanità.

    Compartecipazione per i loro pensieri, impegni, percorsi, preoccupazioni. Ma anche fastidio, volontà di creare una barriera,come una separazione fisica ed emotiva. Viene fuori la mia scarsa a muovermi nel flusso delle altre persone, la mia dissimulata misantropia, la presenza degli altri come limitazione della mia fragile personalità e capacità di agire. Anche un po’ paura delle potenziali azioni degli altri su di me, come se stesse sempre per succedere qualcosa. Forse anche questo retaggio di un carattere poco aggressivo, di un’educazione a volte troppo incentrata sul sospetto, sulla prudenza e paura degli altri. Brutto difetto questo, comportamento ansiogeno e poco sereno, dispendioso fisicamente e mentalmente.

    In attesa del treno, sempre stesse facce da abitudine alla monotonia, in attesa di quello che si sa già deve accadere. Specchio di un paese che lavora, che contribuisce alla società civile, alla vita dello stato. Mi chiedo come possa essere vivo un paese che ha una società civile in questo stato. Spezzata negli entusiasmi. Ma forse esagero,dipende tutto dalla mia eccessiva criticità mattutina.

    Finalmente in treno. Mi rendo ridicolo davanti ad una ragazza non riuscendo ad aprire la porta di uno scompartimento e facendolo alla fine solo in maniera goffa. Mi assale un piccolo fiotto di rabbia… Ma perché devo essere sempre così? Avere un atteggiamento frenetico, innaturale anche per le azioni più banali, sensazioni di disagio se qualcuno entra nella mia sfera di azione.

    Lo scompartimento è vuoto, piccolo sollievo. Così mi metto a scrivere e ad ascoltare un po’ di musica. Alle 8:10 ecco il primo momento di serenità della giornata.

    Penso che ho già fatto troppa fatica ad arrivare fin qui e non è che abbia fatto granchè. Sarà che in questo periodo faccio con tanta fatica emotiva,non so. Ma così è, non sono abituato alla frenesia, alla confusione,all’imprevisto. Brutto difetto al giorno d’oggi.

    Guardo attraverso il vetro. Vedo scorrere la pianura in tutte le sue tonalità di gridio, verde e marrone di una mattina nebbiosa di inizio dicembre. Il grigio più brutto da vedere è quello dei pilastri in cemento di strade, ponti,case, capannoni. Penso ad una terra di fatica, bestemmie, malinconia ma anche di orgogliosamente dignitosa, viva e ricca di umanità,lucente anche nelle attuali vesti di questa mattina. Come quelle vecchiette che si vedono camminare dal passo incerto,lento ma risoluto, con le rughe e pieghe su viso e mani a spiegare le fatiche di una vita ma anche i sorrisi di chi si accontenta di poco e per questo quindi ancora più aperti e veri. Questo mi piace ma mi sembra che stia scomparendo, lasciando il posto alle facce che ho visto prima. Speriamo bene…

    Reggio Emilia, Parma , Piacenza. Il miracolo dell’Emilia mi scorre davanti, in modo fluido e costante. Mi viene voglia di una carezza che da tanto tempo mi manca, mi vengono alla mente altri viaggi,volti, sensazioni. Un volto e un’emozione su tutte. E anche le lacrime portate in superficie da una psiche improvvisamente debole e stanca.

    Voglia di dormire, chiudere gli occhi, raggiungere un luogo del passato, una persona e sensazioni del passato. Mi viene anche con troppa facilità ma non voglio,sarebbe un inutile sofferenza.

    Si ritorna in treno, ormai siamo a Lodi e Milano è vicina. Mi lascio portare dal dondolio e dal brusio del treno, poso la penna e i fogli, resta solo il pianoforte di Allevi , che con il suo 13 Dita e Composizioni è stato la colonna sonora di questo viaggio.

    Siamo arrivati, è ora di scendere…

    Spero di non avervi annoiato troppo e perdonatemi se è stato così. A presto…

    Alessandro

    December 03

    In partenza...

    Bene, ormai ci siamo…

    Ancora una mezza giornata e poi saremo in ballo.

    Aspettavo da un po’ questo momento, il momento di andare via, di lasciarmi alle spalle vecchi e consunti paesaggi, stati d’animo, sguardi, attese, incomprensioni per raggiungere qualcosa che possa essere almeno diverso da quello che ho vissuto qui, fossilizzato per quasi 6 mesi.

    Non so,forse mi aspetto troppo da questi 14 giorni alle canarie ma sperare non è mai un peccato né una perdita di tempo.

    Si va via ad allenarsi al caldo e al sole per due settimane. Il mio corpo me lo sta chiedendo da tanto tempo, povero, e dopo tutte le offese che ha ricevuto in quest’ultimo periodo penso proprio che se lo meriti.

    Se poi aggiungiamo che anche la mia mente e anima hanno bisogno di cambiare aria allora il cerchio si chiude e non si deve fare altro che partire.

    Si va via con persone che condividono la passione per lo sport, per il divertimento, le risate, l’allegria e non può che farmi bene.

    Ho solo la sensazione che tutto sia una scusa per fuggire ,per scappare da qualcosa che ancora mi angoscia. Il realtà più che una sensazione è proprio una emozione tangibile e ben presente nella mia testa. Come se questo viaggio possa essere la metafora di un cambio di prospettive e percorsi mentali ed emozionali.

    Non vorrei che fosse così. Vedo questa necessità di cambiare come un elemento che possa inquinare la percezione e le aspettative di questo viaggio, che non mi serva appieno per quello che è, e soprattutto che in realtà non farò altro che cambiare ambientazione alle mie preoccupazioni.

    Ma forse è solo il retaggio delle sensazioni che accompagnano i luoghi dove vivo e non ultimo la stanza dove mi metto a scrivere. Insomma adesso è il momento di essere un po’ ottimisti!

    Mi piace pensare di partire per non tornare più, per raggiungere qualcosa di fondamentale che ancora mi sfugge. Ma alla fine 14 giorni passano in fretta e saremo presto di ritorno.

    L’unico augurio è quello di tornare più sereni, sani fisicamente e mentalmente, con una luce diversa negli occhi e una rinnovata voglia di fare, soffrire, vivere. Di tornare con un bel sorriso…

    Non mi resta che salutare i miei amici e chi leggerà queste righe. Cercherò di portarvi qualche bella immagine e qualche bella storia. A presto!

    Alessandro

    December 02

    Quanto durerà?

    Appena iniziato e siamo già alla fase dei dubbi.

    Quanto durerà l’avventura di questo blog?

    La sensazione è che prima o poi io mi stancherò, non avrò più quella vitalità necessaria e quel furore che mi porta a scrivere quello che ho in testa.

    Certe volte mi sento incredibilmente stanco e fuori fase. Anche nel giro di poche ore,venendo da una sensazione se non opposta quanto meno di una certa stabilità umorale.

    Non mi sopporto per questo. Non si può essere così lunatici e traditi dalla propria psiche così repentinamente.

    E ancora più fastidioso non sapere la causa di tutto ciò. Ma tanto questa sembra una costante degli ultimi mesi… Io con la mia barchetta in mezzo alle onde, sballottato come una foglia dal vento.

    Forse perché sono troppo esigente. Tante cose mi deludono e mi abbattono impietosamente, tanti ipotesi di progetti,di vite da conoscere, di anime affini che si rivelano fallaci al mio giudizio e vengono riposte via, nel cassetto delle cose da dimenticare. Dovrei cominciare a fare un po’ di pulizia in questo cassetto ma è dura quando scopri che non sei minimamente capace di dimenticare nulla.

    A volte mi piacerebbe essere inghiottito dall’oblio e come quando ci si cala in una vasca e ci si lava, così vorrei riuscire a lasciare una delle cose che vorrei dimenticare. Ma sono proprio negato.

    Non vorrei che il mio blog diventasse lo specchio delle mie idiosincrasie,delle manie ,degli innumerevoli problemi, degli sbalzi d’umore. A chi interessa una cosa del genere? Diventerebbe noioso perfino per me!

    Non voglio che diventi un ricettacolo di commenti via via sempre più inutili, gratuiti e fatti solo per lasciare una traccia, come un graffio sulla parete. Che me ne faccio di un graffio sulla parete?

    Avrei bisogno di qualcuno che mi aprisse la testa e l’anima e ci guardasse dentro. Questo sarebbe lasciare un segno.

    E’ un sacco di tempo che lo faccio su me stesso e comincio a stancarmi un po’. Di essere così complicato e così facilmente deprimibile da piccole cose che dovrebbero scivolarmi addosso senza neanche accorgermene. Di non essere socialmente una persona normale. Hai voglia a dire che è bello essere così speciali e sensibili… Ma per cosa? Per quale scopo? Una razza in via di estinzione.

    Povero blog… Che colpa ne ha lui? Perché affidargli un compito così gravoso? Il compito di aprire una breccia nei miei pensieri, di farmi conoscere qualche altra anima illuminata.

    Spero solo che non sia un altro parto del mio ego. Si sa che i timidi e i sensibili sviluppano un ego ancora più forte delle altre persone. Almeno per me è così. Forse perché è l’unica cosa su cui alla fine puoi contare, che rimane lì ad ascoltarti quando c’è solo il silenzio.

    Ho pensato da subito che non fosse necessario cercare l’approvazione di nessuno che leggesse le mie parole. ;a che senso ha scrivere per se stessi? Lasciare una traccia di se nel mondo.

    Forse è solo un tentativo per ricevere qualche attenzione in più e intelligente, una volta tanto.

    Per il momento gli voglio bene, come a tutte le novità positive. Vedremo cosa salterà fuori.

     

    P.s: immagino già i commenti di chi mi conosce e che mai avrebbe pensato che potessi essere interessato ad aprire un blog. Si chiederanno che cosa sono in realtà, alcuni avranno conferma della loro opinione riguardo la mia insicurezza, immaturità, instabilità emotiva…come per dire” lo sapevo, avevo ragione io!” , altri saranno sorpresi, spaventati, curiosi. La cosa più curiosa è che pur essendo miei amici non penso che lasceranno mai un commento.

    Le cose strane vanno sempre evitate… Magari mi sorprenderanno chissà, o forse sono io che li giudico troppo male. Non si sa mai che cosa sia più vero.

    Alessandro

    Rapporto con il potere

    Che cosa è il potere? Come ci poniamo nei suoi confronti? Come reagiamo di fronte all’autorità?

    Lo desideriamo o lo rifuggiamo? Lo si accetta o lo si rifiuta?

    Se ci pensiamo tutto il nostro vivere quotidiano è vissuto su un rapporto di subordinazione che subiamo o in cui siamo parte attiva.  Ci sono norme, leggi, codici di comportamento che spesso ci obbligano a comportarci in un certo modo, a seguire certe regole che a volte non si sentono nostre e vorremmo rifiutare di seguire. E per contro a volte ci troviamo nella situazione opposta,in cui siamo noi che riusciamo ad imporre la nostra autorità e volontà ad altre persone e li obblighiamo a comportarci come vogliamo.

    Il potere dal punto di vista sociale è una particolare modalità dei rapporti sociali in cui questi sono configurati in relazioni di comando-obbedienza, dove esiste un soggetto attivo che all’emissione di un comando, un’indicazione o un consiglio modifica la condotta di un soggetto passivo all’interno di una comune area di interessi personali.

    Al di là di tutte le implicazioni sociologiche mi interessa sapere in che modo questo oggetto influisce nella vita che conduciamo, se rappresenta un elemento necessario piuttosto che di disturbo, se è limitante oppure ha un ruolo di moderazione e di ordine all’interno dei rapporti umani. E soprattutto come si reagisce se lo si adopera attivamente o passivamente, quanto ci innervosisce avere a che fare con il potere.

    Il potere e l’autorità fanno parte del modo di vivere degli esseri umani. Esiste fin dall’origine dell’evoluzione e trasformandosi è arrivato fino ad oggi. E’ nato per soddisfare la naturale propensione dell’uomo di avere il controllo su ciò che lo circonda, eliminare o perlomeno limitare ogni forma di possibile minaccia, di ordinare la molteplicità e la caoticità delle azioni umane. Questo dal punto di vista sociale può essere visto come una cosa positiva perché permette lo sviluppo di quella che si definisce una società ordinata e regolamentata, in cui i rapporti tra gli uomini sono definiti all’interno di quello che si può fare e quello che non si può fare per assicurare per quanto possibile l’esistenza e la convivenza delle azioni di tutti che assicurino il libero arbitrio all’interno di certi limiti.

    Possiamo dire che questa rappresenta la forma più nobile di potere ed autorità,vista come strumento indispensabile per la convivenza di tutti.

    Esiste poi una forma molto meno nobile di potere, quello che è esercitato come forma di coercizione,di abuso fisico, psichico,sociale di persone nei confronti di altre persone. Rappresenta anche qui la naturale propensione degli esseri umani alla violenza,al controllo assoluto, all’egoismo che si è evoluto ai nostri tempi fino ad una forma non violenta dell’imposizione della forza su chi è più debole. Non è più fondamentale spargere sangue, non si agisce più fisicamente su chi si vuole sottomettere ma si incute timore, riverenza e minaccia attraverso una reiterata imposizione della propria figura sociale, che gode di un maggiore potere e controllo sui meccanismi di controllo e ordinamento della società, che pone il subordinato, il soggetto passivo in una condizione di arrendevolezza non tanto perché è in pericolo la sua incolumità fisica ma piuttosto quella sociale, quindi la sua reputazione, le sue possibilità finanziarie, tutto quello che ci presenta come rispettabili e che ci consente di vivere autonomamente nella vita di tutti i giorni.

    Come si esercita questo potere? Oggi chiaramente con gli strumenti che sono stati eletti a moderatori e governatori della società, che dividono nettamente chi ne è in possesso da chi ne è più escluso, quindi il denaro e la figura produttiva, cioè il lavoro. Se ci si pensa un uomo che è escluso dall’esercizio di queste due funzioni è considerato un reietto,uno che vive ai margini della società, che ha poche possibilità di sopravvivenza se non si affida a pratiche illegali e quindi per questo ancora più emarginato e rifiutato.

    Chi ha un lavoro e denaro viene poi risucchiato in un vortice in cui molto spesso il fine ultimo è quello di arrivare a scalare quella piramide sociale che gli consentirà di avere a disposizione più denaro e una posizione lavorativa, produttiva più influente e che assicura indubbi vantaggi di visibilità sociale e di controllo. E’ il concetto base della società capitalistica e competitiva. In origine il concetto metteva in risalto le capacità intellettuali e caratteriali di chi riusciva ad assumere una posizione sociale ed economica di rilievo,cosa che favoriva lo sviluppo economico e sociale di tutta la società. Oggi si può dire che contano sempre queste qualità ma si aggiunge in un clima di esasperata competitività la brutalità, la prepotenza, il servilismo che permetta di raggiungere in minor tempo e con maggior profitto quello che si vuole ottenere. Era così anche in passato ma oggi i contendenti sono sempre di più a spartirsi la torta e di conseguenza la lotta si è fatta più serrata e più scorretta, meno attenta alla dignità di ognuno.

    Il risultato è che chi è in grado di venire a patti con i propri principi e a piegare le regole non scritte del rispetto e della dignità riesce a ad arrivare a quella posizione che gli consente di avere un potere pressoché assoluto sui suoi subordinati, creando anche ai nostri giorni quell’ordine sociale in voga nel medioevo, cioè il signore con la schiera di vassalli e la plebe. Certo oggi le regole di scalata sociale sono più flessibili ma alla fine non è che sia cambiata molto. Il controllo della vita altrui si può dire che sia identico, c’è solo qualche via di fuga in più per chi è subordinato che può scegliere di andare a cercare un’altra via lavorativa oppure di tentare la scalata per qualcosa di meglio.

    Tutto è regolato dal denaro: chi ne è in possesso ha possibilità illimitate rispetto a chi ne è sprovvisto o comunque ne è provvisto in maniera molto più limitata. Questa è una banalità ma la utilizzo per esprimere un altro concetto,o meglio per formulare una domanda: come ci poniamo noi nei confronti di queste regole sociali? Ne siamo affascinati o disgustati? Quanto siamo disposti a piegare quelle regole e principi di umanità e solidarietà che abbiamo imparato per raggiungere quella figura sociale di prestigio e successo che indubbiamente è appetibile e vantaggiosa?

    Se ci pensiamo, anche se guidati da tutte le buone intenzioni, anche noi impariamo fin da piccoli come funziona il concetto della competitività. Sappiamo che la società è sviluppata come una piramide verso l’alto e tutto quello che si fa o che ci viene imposto dai nostri genitori non è altro che un tentativo di raggiungere una posizione che sia la più alta possibile. Anche la nostra rincorsa all’istruzione, agli studi universitari da completare con il miglior punteggio possibile non è altroché un tentativo di scalata, che ci elevi verso qualcosa di meglio. Certo, non voglio certo dire che tutti lo fanno perché poi debbano diventare degli avvoltoi, dei becchini,dei macellai sociali ma tutto il sistema rientra è fatto per la competitività più estrema e spietata. E in gioco c’è sempre di più, fino ad arrivare alla sopravvivenza, la propria vita.

    Mi chiedo se non sia esagerato tutto questo,se non si possa vivere comunque bene riuscendo a mettere da parte qualche volta l’idea di progresso economico e politico che ci viene sempre sbandierato davanti. Che non si riesca a vivere più sereni e ci si potesse dedicare con più attenzione a noi stessi, a quello che ci piace davvero e non a quello che siamo costretti a cercare per assicurarci un minimo di sopravvivenza nella giungla di atteggiamenti e stili di vita arrivisti che è diventata la nostra società.

    Personalmente mi piacerebbe tanto fermarmi un po’, prendere un po’ fiato, concentrarmi su quello che mi piace davvero e non arrivare ad amare qualcosa solo perché mi consentirà in futuro di avere una vita più sicura socialmente e finanziariamente.

    E anche che nella vita sociale,di rapporto umano con le altre persone ci fossero meno filtri, meno barriere da scalare, meno club esclusivi o codici di comportamento a cui dover aderire, meno attenzione all’immagine esteriore che deve essere omologata a modelli e a mode imposte, che non rappresentano altro che una ulteriore forma di controllo e di potere altrui da subire.

    Non so,forse questo dipende anche dal fatto che fin da piccolo sono stato sempre poco attento a ciò che era meglio che si facesse per rischiare il meno possibile in ogni situazione, ribelle all’autorità, allergico alla figura dell’uomo potente. Forse per questo motivo mi innervosisco ad aver a che fare con il potere, che la mia pazienza sia sempre così scarsa in situazioni di confronto di questo tipo. Certo sono affascinato ma mi fa anche paura il pensiero di esercitare questo potere su qualcun’ altro. E soprattutto mi fa paura il fatto che in futuro debba in qualche modo assumere un atteggiamento prevaricatore di un certo tipo anche solo per assicurarmi la possibilità di vivere una vita tranquilla. Di dover piegare per forza quelle regole e principi non scritti di rispetto e solidarietà nei confronti degli altri.

    In questo momento il mio atteggiamento è quello di rifiuto del potere, sia da subire che da esercitare, di una estrema impazienza e rabbia quando si presenta un confronto di questo tipo,di grande avvilimento. Possibile che ci debba sempre essere una qualche forma di controllo limitante sulle legittime azioni altrui?

    No è un bel modo di affrontare le cose, almeno non così sereno perché porta costantemente una grande angoscia, rabbia, arroganza da dover sfogare. Un rifiuto quasi fisiologico. Spero solo che andando avanti riesca ad avere più pazienza, che aumentando l’età aumenti anche la pazienza e la consapevolezza e la conoscenza di me stesso. E che mi debba sporcare le mani e la coscienza il meno possibile.

    E voi come vi ponete? Sarei proprio curioso di saperlo. Anche se forse voi non avete tutta questa curiosità perché potreste scoprire che non siete così civili e corretti come pensate di essere…

    Alessandro

     

     

    Più lenti della vita

    Signori, la faccenda è maledettamente seria…

    Non avete mai avuto la sensazione che non riusciate a seguire il passo del mondo che vi circonda?

    Anzi che non riusciate neanche a seguire il passo che voi vorreste sostenere…

    Che tutti siano più veloci,furbi, intelligenti, adatti alla vita più di quanto non possiate mai esserlo.

    In una metafora: che il mondo che vedete è in fiore e voi invece siete una foglia ingiallita che sta per staccarsi dal suo ramo, perdendo il suo ruolo nel paesaggio che tutti contribuiscono a creare.

    Che vi rendiate conto che siete spenti,vecchi dentro,nell’anima, nel modo di vedere le cose.

    Quando è così uno cosa fa? Di solito si crea un suo mondo che lo faccia sentire al sicuro,che rispecchi quello che è, ma diventa un mondo chiuso in se stesso,come vivere in una di quelle palle di vetro piene d’acqua con il paesaggio innevato da neve finta.

    Eppure si è così orgogliosi di quello che ci si è costruiti,ci si ripete che niente è più vero e profondo e che niente vale più di quello che siamo riusciti a creare. Che è stupendo il modo in cui siamo riusciti ad affrancarci da un mondo, un modo di fare e vivere che non ci rispecchia. Si pensa: “siamo riusciti a ribellarci, a creare qualcosa di unico…”.

    Ma tutte le nostre buone intenzioni, i nostri intenti di purezza interiore, la bella collezione di passioni che seguiamo,che ci piace mettere in bella mostra nel nostro ego ripetendoci spesso che chi è fuori da tutto ciò neanche se lo immagina cosa si prova a viverle, siamo sicuri che sia una vera alternativa a quello che c’è al di fuori? Che non sia piuttosto una bella prigione di in cui noi possiamo vedere all’esterno cosa succede ma che lascia gli altri all’oscuro di quello che succede all’interno. Non è che facendo così si rinunci a vivere, a sporcarsi le mani con la vita, che si dimostri solo di avere paura, di non sapersi mettere in gioco? Che ci si disabitui alla vita, preferendo di non rischiare neanche di commettere gli errori che ci terrorizzano.

    Tanto abbiamo sempre quelle passioni i cui possiamo rifugiarci, guardare tutti dall’alto in basso,diventare arroganti, saccenti e cinici. Che in realtà ci piace essere considerati strani, diversi dagli altri, fuori dagli schemi, in modo da conservare quella unicità che il nostro ego brama così tanto.

    A volte mi sembra di non essere vivo, di rifiutare di stare al gioco della vita, che ti obbliga a sporcarti, a fare cose che non vorresti fare e che non sei portato a fare, di essere più codardo di tanta altra gente che si considera inferiore ma che almeno sembra dimostrare di avere quella sfrontatezza nei confronti della vita, quel fuoco sacro che permette di vivere come si dovrebbe, come se ogni momento sia fondamentale,mentre noi pensiamo che c’è sempre tempo, un continuo rimandare.

    E allora magari si cerca chi è simile a noi,che abbia il nostro stesso disagio, che abbia voglia di viverlo con noi. Nella speranza che in due si riesca ad uscire da questa empasse di emozioni ed atteggiamenti. Cerchiamo l’amore vero, quello puro, quello da brividi e lacrime di gioia, da sguardi infiniti e mille parole. Ma si sa che è difficile, perché a volte si è solo creata una prigione in più,in cui abbiamo fatto cadere qualcun altro, si vuole cercare a tutti i costi quella unicità che è un miraggio perché l’altro non ci capisce, non comprende la nostra profondità, il disagio costante per le altre persone,ha paura, ci rifiuta. Oppure una volta che ci sembra di aver trovato l’amore lo si dà per scontato e cominciamo a metterlo da parte per qualcun'altra delle nostre passioni,non diventando altro che un’altra perla da collezionare nel nostro ego, perché tanto “l’altro capirà, anche se lo metto da parte capirà e ci sarà sempre”. Si smette di innaffiare una pianta appena nata. L’amore diventa l’ultima illusione. Chi non ha subito o fatto subire una situazione di questo tipo?

    Allora ci si chiede se non sia meglio vivere come fanno tanti altri, con la mente più leggera e i sensi più attivi, concentrati nel soddisfare anche il più futile e piccolo bisogno dell’animo. A venire a patti con le proprie emozioni e desideri di unicità, vivendo anche qualcosa di transitorio e poco profondo per la mente ma magari intenso e vitale per i sensi e le emozioni.

    Che vivere sempre per il sublime e l’unicità di un sentimento o di una emozione sia un modo per perdere la spontaneità e non trovare mai la felicità.

    Molte volte ci crediamo meglio degli altri perché volti a cercare un bene più vero e duraturo ma in realtà viviamo meno di tanti altri.

    Per questo dicevo che a volte ci si sente vecchi dentro, rinunciando ad essere giovani, nel senso di essere sfrontati e meno meditativi su come condurre la propria vita. Vivendo nella contemplazione,nell’attesa,nella ricerca piuttosto che nell’azione, nell’immediatezza, nell’appagamento dei nostri desideri. A volte non sarebbe meglio essere più normali, meno intelligenti, meno sensibili, più sfacciati, più maleducati, meno attenti a ciò che gli altri pensano di noi così da vivere un po’ più sereni, più soddisfatti, con un peso minore da portare sulle spalle? E poi siamo così sicuri di essere davvero così unici e speciali come crediamo, e che gli altri non si accorgano di noi solo perché sono ad un livello troppo basso per poterci anche solo sfiorare?

    Questa è la domanda che mi faccio. Mi piacerebbe sapere cosa ne pensate, quanto siete disposti a mettere in dubbio il vostro mondo e se siete in grado di scendere da vostro piedistallo. Fino a che punti siete capaci di mettere in dubbio quello che siete?

    Io l’ho fatto o almeno ci sto provando.

    Benvenuti nel mio mondo, amici miei e chiunque stia leggendo queste righe…

    Alessandro

    November 29

    Considerazioni sull'amore

    Prima o poi tutti arrivano a iniziare un discorso di questo tipo. Questo perché molto probabilmente l’amore è l’unica cosa che ci piace e ci fa paura con la stessa potente intensità.

    Secondo me perché è l’unico spazio in cui si può esprimere se stesso, come siamo veramente senza dover vestire le maschere e usare gli artifici che di solito ci servono nella vita di tutti i giorni che pretende una certa immagine e un certo comportamento. Quindi è un mettere in gioco quello che siamo e che ci rende estremamente vulnerabili,cosa che ci piace se abbiamo davanti qualcuno che sa apprezzare quello che mettiamo in mostra ma che può essere terrorizzante quando ci rendiamo conto che c’è la possibilità di non essere capiti, di non essere per l'altro quello che l’altro è per noi.

    Già questo camminare sul filo del rasoio potrebbe essere una spiegazione sul perché sia molte volte così difficile da trovare un rapporto che si basi veramente su ciò che si chiama amore,visto che si viaggia sull’incertezza e si mette in gioco molto, cosa che può portare a commettere delle stupidaggini e a compromettere tutto per paura di non saper rispondere alle aspettative dell’altro o di non essere compresi.

    C’è anche un altro aspetto. L’amore diventa l’unico luogo in cui si può radicalizzare quello che siamo, in cui attraverso il rapporto con un’altra persona si può realizzare il proprio vero io, quello che tutti i giorni non si può mettere in mostra perché non risponde alle esigenze della società e al sistema a cui si appartiene.  E diventa quindi un qualcosa di indispensabile per la propria realizzazione, per uscire da un guscio che nella vita di tutti i giorni ci si costruisce, l’unico luogo in cui si riesca a trovare un po’ di vita rispetto all’alienazione e alla ripetitività delle azioni quotidiane.

    L’unica cosa che ci riscatta dall’anonimato e dalla solitudine.

    Però se davvero è così, l’amore diventa un modo per esprimere in pieno in proprio io e l’altra persona non è un soggetto attivo ma passivo all’interno della coppia. Perché lo usiamo per raggiungere quello che in tutte le altre situazioni non saremo mai, per affrancarci da quella normalità che tante volte abbiamo voglia di cancellare. E allora questo è davvero amore?

    L’amore dovrebbe essere un abbandonarsi completamente all’altra persona, far si che l’altro possa interagire con noi e cambiarci, di aprire un varco nella nostra identità, togliere le difese e farci diventare ciò che non siamo normalmente e non saremo mai. Ma pensandoci bene molte non è così perché nell’amore cerchiamo solo una fuga dalle nostre paure, dalla noia, dalla routine, e non contenti riversiamo tutto questo sulle spalle di chi ci sta di fianco che magari si comporta allo stesso modo. E alla lunga anche il rapporto diventa un surrogato di tutto quello che viviamo nella vita di tutti i giorni e che alla fine ci disgusta.

    Sembra assurdo ma si diventa egoisti, si cerca disperatamente nell’amore un motivo per essere felici quando l’amore dovrebbe essere proprio il motivo, la causa della nostra felicità. E magari si forzano atteggiamenti, richieste che sortiscono l’effetto contrario.

    Capire questo però non vuol dire poi subordinare un rapporto a tutte le altre cose che fanno parte delle nostre vite. Perché anche in questo caso non si ha voglia di farsi alterare dall’altra persona, di diventare come non saremo mai ma di mantenere intatte le priorità e le urgenze che ci accompagnano giorno dopo giorno e si rifiuta lo sconvolgimento delle regole, dei tempi, delle azioni che un amore porta con se. Allora anche qui si mantiene il culto di se stessi, il nostro io come qualcosa di sacro e immutabile che non può essere cambiato pena la perdita della nostra identità e quindi del modo di intendere la vita così come ce la siamo costruiti. In questo modo non si fa altro che trasportare la corazza che vestiamo nella vita di tutti i giorni nella vita di coppia, con l’effetto di trasformare l’amore in una routine, incastrandola tra un impegno e l’altro, come gli appuntamenti su un’agenda.

    Dedicare più tempo di quanto si vorrebbe e di quanto non penseremmo mai ad un rapporto non è sbagliato, perché già in questo modo di agire si ottiene una rottura di quello che siamo,si modifica il nostro modo di agire normale e si entra in una nuova visione delle cose. Il che poi non vuol dire cominciare a sacrificare tutto ma piuttosto modificare quello che siamo per far posto a qualcosa che ci sta cambiando la vita. E facendo così ci si accorge che il tempo non è altro che uno strumento nelle nostre mani che può essere modificato,che non è limitante come possa sembrare e che le energie che si mettono in un rapporto che abbia queste caratteristiche non vanno perdute ma vengono rese indietro moltiplicate, così come viene arricchito il nostro modo di pensare e di vedere le cose.

    Non si può trasportare nell’amore la sicurezza, il cinismo, la fretta, la priorità dei nostri obbiettivi perché così si trasporta il culto di se stessi in un ambito che non è fatto per quello.

    L’amore non è vivere per qualcun altro, un sacrificio in nome di qualcuno che ci sta a cuore ma una rottura di quello che siamo, l’essere alterati da qualcuno che non siamo noi, di perdere la nostra autonomia, la nostra autosufficienza, di permettere che qualcuno violi la propria integrità. Il che non vuol dire annullarsi ma accogliere dentro di noi qualcosa che non ci appartiene ma che ci può arricchire. Certo è rischioso e soprattutto non facile trovare l’amore in questo modo ma è così, anche se sembro arrogante nel dirlo.

    Tutti ci comportiamo nel modo sbagliato in amore,anche con tutte le buone intenzioni di cui siamo capaci. Ma se si capisce di sbagliare allora si è già sulla buona strada per rimediare. Il che non vuol dire cercare il perdono ma rendersi conto che si abbandona l’innocenza del rapporto,in cui tutto deve andare bene e si capisce che il male e il tradimento fanno parte dell’esperienza amorosa,in cui il tradito deve cercare da sè la spiegazione di un gesto di questo tipo e il traditore non attenuare la propria colpa. E vale anche per gli errori che si commettono.

    Non ci si deve illudere che l’amore voglia dire essere sempre comprensivi, capire sempre ciò che l’altro ha da dirci, supportarlo. Non è sempre fare domande, ricevere risposte, gentilezza,promessa di unione eterna, isola sulla quale fuggire. L’amore non vuol dire “ti capisco e ti appoggio sempre” ma “ ti ho frainteso più volte di quante non abbia fatto nessun altro, ma nonostante questo cercherò sempre di rimediare agli errori che ho commesso”, cioè ho toccato più volte i miei limiti ma cercherò sempre di superarli per stare con te.

    Vi consiglio un libro sull’argomento,da cui sono state tratte una parte di queste riflessioni,sperando che vogliate leggerlo e possa essere utile nel capire qualcosa che è così difficile da comprendere: “Le cose dell’amore” di Umberto Galimberti.

    Un saluto a tutti.

    Alessandro

    November 28

    I sogni

    Non è un argomento facile da trattare questo. E’una materia che riguarda prettamente il genere umano, agli animali non è concesso sognare, almeno non nel senso di avere coscienza di se e avere una proiezione di se nel futuro e questa esclusività fa capire come possa essere importante per gli uomini, che hanno coscienza di se e che proiettano questa consapevolezza in un mondo che è immaginario e immateriale, al massimo solo intuibile.

    I sogni hanno una natura ambivalente ed entrambe di fondamentale importanza: c’è il sogno inconscio, quello che viene dal sonno,un fenomeno psichico che trae ispirazione dal vissuto di tutti i giorni, dalle esperienze,dalle emozioni più forti e a volte così vivido da risultare quasi reale; poi c’è il sogno che è immaginazione, fantasia, speranza e in generale desiderio, cioè è un artificio che ci consente di vedere la nostra vita come vorremmo che fosse, che idealizza quello che vorremmo raggiungere e le persone che vorremmo essere,ed è poi questa la fondamentale differenza con il genere animale.

    Il sonno inconscio è difficile da trattare. E’ sempre un oggetto di difficile interpretazione e comprensione perché trae origine dalla parte più nascosta e meno conosciuta di noi stessi. Nasce dalla combinazione di pezzi di vissuto ed emozioni che spesso gli fanno assumere una forma impossibile da riconoscere. E’ provato che è possibile interpretare i sogni, riuscire a trovare una chiave di lettura delle nostre emozioni, delle cose importanti per ognuno di noi e addirittura di una possibile interpretazione del futuro,anche se quest’ultimo è l’elemento meno possibile.

    A me non interessa questo approccio anche perché si tratta di una materia estremamente complicata e così diversificata per ognuno che si fa fatica a comprenderla. Non si riesce spesso a venirne a capo. E quindi mi concentro sull’altra natura, quella del sogno come immaginazione e proiezione di se.

    Che cosa sono i sogni? Per me sono uno strumento molto potente, una luce che ci permette di vedere chi siamo, cosa vogliamo e come vorremmo essere. Ci fanno capire che cosa è importante per noi e quali sono le nostre priorità. E’ uno specchio in cui riflettiamo l’immagine che ci piacerebbe avere , il nostro punto di arrivo.

    Dicevo uno strumento molto potente… Questo perché plasmano il nostro modo di vivere,di agire, ci guidano nelle innumerevoli azioni che si compiono giorno dopo giorno, rappresenta il nostro scopo, il fine delle nostre azioni. Tutti noi sogniamo di raggiungere qualcosa e questa è la molla che ci consente di raggiungerla e di diventare le persone che in futuro saremo.

    Sono utilissimi, fondamentali i sogni. Sono il motore delle nostre conquiste, senza il quale non sapremmo muoverci neanche di un metro.

    Si potrebbe pensare che abbiamo solo lati positivi… E invece no, anzi. Una delle cose peggiori che può succedere è che ci rendano egoisti e poco attenti a chi ci sta intorno. Il sogno diventa una missione, una malattia psichica, una ragione di vita al di là delle intenzioni iniziali,diventa una schiavitù.

    E’un meccanismo perverso che però è tale perché permettiamo noi di esistere,perché non siamo in grado di controllare le nostre pulsioni e siamo spinti dalla ricerca della felicità personale che però ci annebbia e ci fa allontanare da cose che la felicità già ce la davano, da quello che abbiamo già conquistato e che importante per noi. D’altronde siamo pur sempre animali e le pulsioni sono la cosa più difficile da controllare. La ragione non può competere con lo spirito di sopravvivenza e l’egoismo che hanno un’evoluzione ben più duratura ed efficace alle spalle.

    Questo accade perché al di là di tutti i buoni propositi cerchiamo sempre quello che è meglio per noi,siamo poco inclini al sacrificio e ci illudiamo che ciò che va bene per noi possa andare bene anche per altri.

    Quando si parla di sogni siamo tutti bambini, con quella luce particolare negli occhi e quel furore nel modo di agire, come avvolti da un fuoco sacro ma può succedere di diventare egoisti, cattivi e immaturi come lo sono i bimbi.

    Il che però stupendo perché allora i sogni rappresentano anche nel pieno della maturità una via che ci permette di recuperare quello spirito che si ha solo da bambini,di recuperare quel caos che è il motore della creatività ed è il succo della vita. Ci permette di recuperare,come ha detto Nietzsche, il caos dentro di noi, la stella danzante che permette la creazione e la concretizzazione delle nostre azioni.

    Sono un’arma a doppio taglio. Permettono di diventare le persone che vorremmo essere con lo spirito proprio dei bambini, cosa assolutamente meravigliosa. Ma rischiamo anche di diventare schiavi, di farci sfruttare dai sogni e quindi assoggettare la nostra vita e la nostra vitalità ad un ideale impossibile.

    Le due nature sono separate da una linea molto sottile che difficilmente si sa riconoscere. E non è naturale per noi farlo perché vorrebbe dire rendersi conto di abbandonare una proiezione di quello che vorremmo essere, perdere una parte di noi che riteniamo fondamentale. E il non volerla abbandonare ci porta a delle conseguenze anche più gravi della perdita di una parte di noi stessi, perché ci porta nel difficile campo dei compromessi. Cominciamo a venire a patti con i nostri sogni, volerli lasciare in piedi rinunciando a qualcosa. E qui si diventa crudeli perché chiaramente prima di rinunciare a qualcosa che fa parte di noi preferiamo rinunciare a qualcosa che magari per noi è importante ma che è staccata da noi, quindi alle cose che ci stanno intorno e si arriva a sacrificare cose,abitudini e soprattutto persone. Chi non lo ha mai fatto pur di perseguire i propri scopi? E chi non si è mai pentito? Il problema è che all’inizio ci sembra una rinuncia dolorosa ma alla quale si può rimediare,si può sopportare… Poi però ci si rende conto che non si può sopportare e ci sono due strade che si possono seguire: per sopprimere il dolore si diventa più freddi, cinici, insensibili e ci si convince che abbiamo bisogno di altro per andare avanti, che sono sempre gli altri che non ci sanno capire e che sono egoisti nei nostri confronti. Oppure ci si butta anima e corpo nei progetti che si vogliono perseguire, non ci si fa distrarre da altro, inventiamo un culto di noi stessi che ci permette di tenere alta la concentrazione. In entrambi i casi si perde un po’ di umanità,di qualità positive e non penso sia la soluzione giusta. Certo, poi è anche una questione di priorità che si hanno nella vita e di cose alle quali possiamo rinunciare o meno ma questo è un altro discorso che merita una riflessione a parte.

    Purtroppo un sogno diventa impossibile perché non possiamo controllare tutto e la vita ci può portare su altre strade. Si pecca di arroganza quando pensiamo che niente ci impedirà di realizzare i nostri sogni. A volte possibile e si ha tutto il diritto di investire ogni briciola di energia in questo. Ma a volte non lo è, e qui si dovrebbe riuscire a capire, per il proprio bene e quello delle persone che ci sono vicine e che ci vogliono bene, che è meglio passare la mano,che non giusto farsi sfruttare da un sogno. Quello a cui si rinuncia per perseguire i nostri obbiettivi potrebbe essere un qualcosa che non si ripresenterà più e che nessuna realizzazione personale può sostituire.

    Quello che ci può confortare è che i sogni sono utili anche per un altro motivo che poi è quello più importante secondo me. Sono utili perché anche se non ci portano sempre dove vogliamo andare ci plasmano e ci consentono di sviluppare quelle qualità che non avremo mai sviluppato senza. Ci fanno crescere come individui e diventare delle persone capaci di affrontare il mondo, i successi e soprattutto gli insuccessi, le delusioni. Ci danno la consapevolezza della nostra fallibilità e fanno cadere l’aura di immortalità e di assoluta capacità che ci creiamo addosso.

    E poi si dovrebbe sempre riflettere prima di sognare, perché quello che sogniamo potrebbe anche avverarsi. Nessuno ci assicura che poi si è in grado di far fronte alla responsabilità, alla fatica e alle rinunce che questo comporta. Un sogno può portarci in un luogo dove in realtà non vuoi arrivare. Una soluzione per tutti non c’è. Però si può dire, secondo me, che se il sogno è onesto e viene da motivazioni e slancio profondi può portare a qualcosa di eccezionale anche se non si avvera. E qui si raggiunge la vera felicità: non ottenere quello che vogliamo ma riuscire ad avere quello di cui abbiamo realmente bisogno, che per noi è la cosa più importante, o almeno dovrebbe esserlo.

    Personalmente penso di aver scelto questa strada. Certo è difficile,gli sbandamenti e le deviazioni sono all’ordine del giorno e molte volte penso di non averla scelta affatto. Ma il fine ultimo è sempre quello di ottenere quello di cui ho realmente bisogno. Senza farmi sfruttare da qualcosa che può rendermi schiavo. Spero sia così anche per voi.

     

     

    November 27

    Piccola introduzione...

    Mah… devo ammettere che non sono ancora molto convinto di questa cosa.

    E questo si nota da queste prime parole molto incerte.

    Perché questa incertezza… Mi chiedevo sempre che senso doveva avere un blog, perché costruirlo, a che scopo. Mi chiedevo perché mettere a disposizione di tanta gente le mie riflessioni, i miei pensieri, fatti personali. Tutte considerazioni che facevano a schiaffi con il mio essere riservato e la mia timidezza. E soprattutto perché rischiare di non essere compresi, di non risultare interessanti, di essere addirittura derisi?

    Insomma il gioco non sembrava valere la candela, mi sembrava che ci fossero troppi elementi a sfavore…

    Poi però ho pensato: alla fine che cosa potrà mai succedere? E ho deciso che poteva essere un buon metodo di “analisi”, un metodo per risolvere dei problemi. Perché non utilizzare questo metodo per vincere in modo almeno parziale la timidezza, l’indecisione, la paura di non saper comunicare come ci piacerebbe fare.

    E poi anche per un altro motivo… Molte volte ho notato quanto poco si è attenti a ciò che si pensa,alle riflessioni che si fanno,alle cose che si scoprono e capiscono tutti i giorni. Alle cose che per noi sono importanti e che ci piacerebbe condividere con qualcuno ma non se ne ha quasi mai la possibilità perché l’idea di parlarne a qualcuno ci sembra stupida, poco interessante o perché semplicemente non pensiamo ci sia nessuno a cui possa interessare una cosa del genere. O semplicemente perché non ce n’è mai tempo o l’occasione giusta. E allora ho pensato che questo potesse essere un buon mezzo per dare a ciò che penso e amo una chance, un modo perché lasci una traccia tangibile e non vada perso nella routine di tutti i giorni. Dare una possibilità a un qualcosa che può sembrare inutile e superfluo ma non lo è perché rappresenta quello che siamo, che vorremmo essere, che determina molte delle scelte che facciamo e in ogni caso un’espressione di noi stessi.

    E anche un regalo da fare ai miei amici,quelli veri,che in questo modo possono conoscermi davvero meglio, senza filtri e poter parlare di cose di cui è molto raro parlare normalmente.

    Inoltre penso che l’unico modo per lasciare una traccia nel mondo è quello di lasciare qualche riga, in modo da far capire a noi e agli altri che esistiamo e siamo esistiti. Almeno questa è la mia modesta opinione. Cercherò di evitare le banalità e le stupidaggini il più possibile, anche perché se ne dicono così tante tutti i giorni che sarebbe superfluo riproporle anche qui. Chiaramente tutto sarà criticabile e oggetto di discussione, spero solo che venga fatto nel modo più educato possibile.

    Spero che quello che leggerete possa essere spunto per una riflessione personale e che in qualche modo possa esservi utile. E se non lo sarà pazienza… Almeno sarà servito a farmi conoscere meglio me stesso,  a capire quello che mi passa per la testa e a individuare davvero quali sono le cose importanti per me. Spero solo di non perdere l’ispirazione e la voglia…!

    Infine devo ringraziare una persona che ha dato il colpo finale alla decisione di intraprendere questa iniziativa. E’ una mia nuova amica (oddio…chissà se mi concederà questa affermazione!) che mi ha fatto capire che in fondo, non era una cosa così insensata. A volte basta una piccola spinta…

    Grazie Anita!

    Bene, il primo passo è stato fatto, adesso viene il difficile…    

    Alessandro